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Lacrime d'ebano

Stefano Figoli

Uomini

La mia terra,
legno d'ebano
nell'eterno sole del Sud.
Ho lasciato la mia casa,
di fango e di cielo.
Il respiro sereno di mio figlio,
nel profondo cuore di pietra,
di sterco e di occhi.
Ho abbracciato il mio cuore straziato
in una notte di luci, di salme e di volti.
Ho contemplato
impietriti occhi scuri,
lungo frontiere di morte,
origliando
lingue diverse
di un unico Dio.
Migliaia di piedi
marciano insieme
nel pulviscolo di stelle,
in deserti di ossa.
Migliaia di petti
sulle sponde dei cieli
navigano all'unisono
su tramonti di fiumi di luce.
Taciturne madri,
confuse in trepidanti profumi,
stipate in vele di morte,
corrono in nitide acque,
simili ad eterne comete.
Mari cobalto gravano sul mio cuore,
urla e sudore,
fino a quando idiomi estranei
addolciscono di miele la mia gonfia lingua.
Terra mia, terra di sangue,
di roventi venti,
di riflessi dorati,
ti ho abbandonato
nel solstizio segreto del mio cuore,
nell'angolo remoto
di un volo di cicogna.
Le mie ceneri non si spargeranno
in cimiteri confusi,
di corone e olii funebri.
La mia ancora è ancora lì
tra terre riarse
e striduli giochi
di lacrime d'ebano.

Stefano Figoli | Poesia pubblicata il 10/11/16 | 1473 letture| 2 commenti

 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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2 commenti a questa poesia:
«una composizione, senza metrica ne rima, ma con profonda pietà e misericordia dei fratelli africani dalla pelle d'ebano e dalle lacrime d'ebano, attenzione ad un tema quotidiano, per noi che viviamo accanto a Lampedusa. Complimenti per l'impegno sociale e civile.»
Giuseppe Vullo

   «Noi Uomini (ho scritto con la U maiuscola... forse avrei dovuto scrivere diversamente) piangiamo per cose futili, le nostre cose... i nostri pensieri, e non vediamo il pianto muto di occhi dilatati da mille paure, da mille attese disattese, da mille destini che naufragano alla deriva su distese voraci. Non vado oltre è poesia che merita attenzione.»
Rasimaco


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